Non una di meno, non uno di più?

Mi sono sempre sentito istintivamente vicino ad alcune questioni rivendicate dalle donne, dal femminismo; ho sempre pensato che il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza, al divorzio, e la difesa da qualunque forma di violenza, interessassero le donne e gli uomini in ugual misura. Sono un uomo femminista? Non lo so. Ho sempre cercato di usare la mia intelligenza, e in generale si ritiene che l’intelligenza si estrinsechi nelle strutture nervose, non in quelle genitali. Ma parlare con le femministe è complesso, soprattutto quando non si è pronti a dare regione alla donna “in quanto tale”. L’ultimo di questi episodi di per sé sgradevoli è stato particolarmente spiacevole, in quanto, da un piano puramente concettuale, la mia interlocutrice è passata a un piano decisamente personale. Pazienza: si è persa una reciproca occasione di crescita. Ma questo episodio mi ha fatto riflettere, una volta di più, su determinate modalità comunicative delle donne che si riconoscono nella definizione di “femminista”. E poi. Recentemente, un articolo riportava la interessante domanda: ha ancora senso continuare a dividere i premi musicali, i music awards, per genere? Best Male/Best Female… La questione continuava a girarmi nella testa e si è allargata: ha ancora senso continuare a dividere qualunque cosa in base al genere?

In Italia il cosiddetto “gender” provoca reazioni forti e non c’è barricata che regga: chiunque si sente in diritto di affermare la propria ragione e in torto sono sempre gli altri. Ma ciò non corrisponde sempre, purtroppo, a una presa di coscienza (leggasi: approfondimento) sulle nuove parole con le quali siamo chiamati a confrontarci. Non sono soltanto parole, sono modalità di intendere la sessualità e il comportamento umano; nota bene: i comportamenti sono sempre esistiti, le parole, com’è noto, sono un’elaborazione concettuale posteriore. Ciò per dire chiaramente che nulla di quello che si trova “in natura” può essere considerato “contro natura”.

Le parole cui mi riferisco sono tutte quelle, complesse e ognuna meritevole di ulteriori approfondimenti, volte a descrivere le identità di genere (nota bene: le identità, perché non ce n’è una sola, e no, non sono nemmeno due). La National Geographic ha dedicato alla questione il numero di gennaio 2017, la cui copertina è visionabile qui: http://www.nationalgeographic.it/dal-giornale/sommari/2017/01/05/foto/national_geographic_italia_gennaio_2017-3359743/1/ e nell’anteprima leggiamo anche: Come scrive Robin Marantz Henig nell’articolo Questioni di genere, è in corso una “evoluzione del concetto di donna o uomo e [dei] significati di termini di parole come transgender, cisgender, non conforme, genderqueer, agender o una qualsiasi delle 50 opzioni che il profilo di Facebook offre ai suoi utenti. Nel frattempo gli studiosi stanno scoprendo una serie di nuove e complesse realtà riguardo la conoscenza biologica del sesso”.

Ben oltre il mito dell’androgino, nella realtà quotidiana sempre più gente nel mondo non si definisce più “uomo” o “donna”, e queste persone sono portatrici di esperienze, di valori, di idee che non possiamo più ignorare. E no, nemmeno in Italia.

Ripensavo a tutto questo, ripensavo alla domanda di quell’articolo sulla liceità di dividere i premi per genere, ripensavo alla oggettiva difficoltà che un uomo (leggasi: io) incontra nel dialogare con le donne femministe, ripensavo alla gender fluidity, mentre una domanda continuava a tornarmi in testa. Che senso ha la festa della donna? Che senso ha celebrare, festeggiare, manifestare, usando un linguaggio che – e dobbiamo accettare l’idea – è ormai inadeguato a descrivere il nostro tempo? E forse è stato sempre inadeguato (mi preme sottolinearlo: le questioni di genere sono sempre esistite, ben prima che diventassero oggetto di studio), lasciando inevitabilmente fuori dal discorso chi non riesce, per ideali o per anatomia, a essere “fedele alla linea” del femminismo. È facile polarizzare il discorso sul femminicidio. Ma, per quanto quella questione sia complessa e importante, non è la sola in ballo.

Mi perdonino le donne, ma il vostro “Non una di meno” diventa facilmente “Non una (o uno) di più”. Il vostro discorso non è inclusivo. Il vostro discorso è monodirezionale. Perché il discorso globale non riguarda più le donne così come sono state classicamente intese. Siamo immersi in un discorso globale che riguarda tutti. E con tutti intendo tutti: tutte le declinazioni della sessualità, dell’identità, tutte le possibilità dell’esistenza. Non voglio che ce ne sia una di meno, non voglio che nessuna di queste possibilità venga soffocata perché non è rappresentabile, perché è troppo complicato, perché in definitiva spaventa chi si sente più normale di qualcun altro. Il fatto è che se lotto per il riconoscimento dei diritti e della libertà di esistenza di qualcuno, devo lottare per gli stessi diritti e la stessa libertà di tutt*. Altrimenti sto facendo trust. Sto difendendo una categoria. Altrimenti “Non una di meno” non avrà più dignità della protesta dei tassisti di Roma. Smettiamola con la Giornata della Donna e inventiamoci una giornata in cui ci impegniamo attivamente a conoscere e rispettare le differenze della gender fluidity, che ci rendono tutti diversi e per questo tutti uguali. Possibilmente, una giornata che duri 365 giorni.

Fino a quando continueremo a etichettare e dividere gli individui in base al genere e a lasciare che un’idea, forte nelle sue (apparenti) giustificazioni biologiche che pure si stanno sgretolando, ci divida fino al punto che non sia più possibile dialogare? Anche le femministe più intransigenti, spesso “leonesse da tastiera”, saranno prima o poi costrette a venire in contatto con individui portatori di questa gender fluidity, siano essi “donne” o – oh mio Dio! – “uomini”. E allora? Sarà una rivoluzione copernicana?

Niky D’Attoma

 

 

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