Avvento di Racconti – 23 Dicembre – “Marshmallow”.

Ecco il racconto dell’antivigilia! La foto che accompagna questo post è di Bianca Forina, e la grafica è di Pasquale D’Attoma. Buona lettura! Niky.

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Marshmallow

Niky D’Attoma

 

La porta dell’aula magna si chiude senza rumore, mentre tutto scivola in un silenzio morbido, ovattato. Il custode si aggira solitario, nei corridoi dell’Ateneo, proiettando un’ombra mesmerizzante sui pavimenti cerati. La giornata è insolitamente silenziosa.  Nel suo tailleur migliore, Rebecca attende l’arrivo dei professori, dei suoi parenti, degliamici, e di altri colleghi, studentesse e studenti di Storia, che aveva invitato per la seduta del Dottorato. Non c’è nessuno. Per strano che possa essere, non c’è proprio nessuno. Non è arrivato nessuno e nessuno sembra in procinto di arrivare. Rebecca è un po’ contrariata. Dove sono tutti? È possibile ciò che sta accadendo, è reale?

Rebecca si è svegliata prestissimo, si è preparata in fretta e furia, ed è venuta in facoltà prima delle otto per sistemare personalmente ogni dettaglio. Com’è possibile che non ci sia nessuno? Prova a chiamare suo padre, sua madre. Niente, linea chiusa. Chiama il suo professore – le aveva dato il numero in caso di pura emergenza – e nemmeno lui risponde. Preme il maniglione antipanico della porta dell’aula, ma si è chiuso dall’esterno: è bloccata, non può uscire. Fa un sospiro, siede su una delle comode poltrone, e aspetta. Qualcuno verrà a dirle qualcosa.

Rebecca ignora che c’è stato un attacco terroristico in città.  Ecco cosa è successo. Alle otto del mattino l’attentatore sta per colpire, è in piedi come molti altri pendolari sull’affollato autobus che ha scelto come epicentro del suo attacco. Il suo zaino non desta sospetti. L’attentatore si guarda intorno, suda freddo, digrigna i denti e ha uno sguardo scuro. C’è traffico. Sono le otto e dieci e l’attentatore, ancora sull’autobus, intercetta l’insistente sguardo di un uomo sui venticinque anni, biondo, che ne dimostra in realtà non più di venti. Non è uno sguardo di sospetto e di diffidenza. È invece aperto e sensuale. L’attentatore è confuso. Uno strano inusitato panico si impossessa di lui. Anche se questo non è nei piani, scende alla fermata successiva, in tempo per notare che il biondo è sceso alla stessa fermata. Sono le otto e venti e nel bagno di un bar poco lontano, dopo un furioso, appassionato e totalmente inaspettato bacio con il biondo di cui sopra, l’attentatore ha scoperto l’amore. Il suo corpo accaldato è nel mezzo tra l’altrettanto accaldato corpo dello sconosciuto e lo zaino pieno di esplosivi. Fanculo tutto, non rinuncerò alla cosa più bella che mi sia mai capitata, pensa. Escono dal bar, l’attentatore e il ragazzo corrono tenendosi per mano. Un’ora dopo, una bomba esplode in un capannone abbandonato e due innamorati stanno fuggendo, realizzando un sogno che ignoravano d’aver sognato. L’attentatore non sapeva, però, che nel capannone abbandonato era stato nascosto uno stock di marshmallow importati illegalmente dal Canada. Per questo, poco dopo la deflagrazione, una neve di zucchero filato inizia a ricoprire la città. Le autorità si mobilitano, gli inquirenti accorrono, l’area viene transennata, cominciano gli special alla tv, le linee telefoniche si intasano. La neve di zucchero filato non smette per almeno altri cinque minuti. I bambini sono in festa, incontenibili.

Rebecca non può sapere tutto questo. Lei che non ha dormito che un paio d’ore per notte, ha studiato antichi documenti, li ha ritradotti, ha comparato fatti storici di epoche diverse, incrociato dati, creato tabelle sinottiche – per questa tesi di Dottorato. Adesso è sola, nell’Aula Magna. Lei e il suo lavoro. Il lavoro in cui ha creduto. Il lavoro di una vita. Il pesante volumetto rilegato è sulla cattedra. Questa visione le dà gioia. Se non c’è nessuno, ci sarà una spiegazione logica. Una spiegazione logica c’è sempre. Deve solo stare tranquilla. Il battito è regolare, la temperatura è perfetta. Dopo tutta l’ansia, la preoccupazione, la fatica del lavoro intellettuale, può rilassarsi. Sulla sua testa gravitano condottieri e soldati come i personaggi di un carosello impazzito, fantasmatico. O è solo mal di testa da stanchezza? Guarda fuori dalla finestra, le sembra stia nevicando. Possibile? Neve? Oh, no. Che scherzi gioca la stanchezza. Ha davvero bisogno di riposarsi. Le luci soffuse, l’assenza di suoni, l’attesa, cospirano affinché il suo corpo senta la morbidezza, e la morbidezza diventi sonnolenza, e la sonnolenza, infine, sonno.

Una mattina medievale, a mezzogiorno, Jeanne d’Arc sta cavalcando il suo destriero bianco, tronfia e sicura, alla testa dell’esercito. Ha lo stendardo in una mano e la spada nell’altra, la sua armatura riflette i raggi del sole. Guida l’esercito verso la vittoria. I cavalieri la seguono, coraggiosi, fiduciosi. Davanti a loro si staglia l’immensità dell’oceano. Jeanne d’Arc cavalca sulla sabbia, e poi nel mare. Tutto l’esercito continua a seguirla, Jeanne cavalca verso l’orizzonte, finché l’oceano non la ingoia, assieme ai cavalieri e ai soldati di Francia.

Un samurai, un piovoso giovedì pomeriggio nel periodo Edo, invitato a corte scopre che può usare la katana per tagliare il pesce molto velocemente e pone un piccolo filetto di salmone su una polpetta di riso bianco. “Lo chiameremo sushi”, decreta l’imperatore, “e d’ora in poi voi samurai sarete cuochi”.

Il ritrovamento di un ritratto di Maometto pone fine a ogni controversia e divisione tra i Musulmani, che, anzi, restano per qualche decennio interdetti, imbarazzati, e silenziosi.

“Dehli? Certo, è un po’ più a Sud”, dice in uno spagnolo perfetto Montezuma a Cristoforo Colombo, appena sbarcato dopo la traversata atlantica. La spedizione si perde nella foresta amazzonica. Non ve ne saranno altre.

Nel 1914, sul fronte Occidentale, la cosiddetta tregua di Natale non cessa col finire delle festività. I soldati non hanno alcuna voglia di tornare a uccidersi reciprocamente, adesso che sono diventati amici, e l’onore se lo giocano a pallone.

Un pomeriggio d’agosto, il bombardiere B-29 Superfortress detto Enola Gay sorvola il Giappone, e poi il Pacifico. Oltre all’arma nucleare, contiene un delicato ingranaggio fatto di molle e contrappesi, che ricorda una catapulta, e scaglia nel cielo la bomba. È il fuoco d’artificio più grande che il genere umano abbia mai visto.

23dic

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