Avvento di Racconti – 22 Dicembre – “Drapetomania”.

Il racconto di oggi si chiama “Drapetomania”, poco usata parola che indica la mania di fuggire a piedi. E non è la sola parola stramba che i personaggi usano… La fotografia che accompagna questo post è di Bianca Forina ( @bianca_forina su Instagram). Buona lettura! Niky

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Drapetomania

Ovvero: 7 messaggi inascoltati in segreteria.

Niky D’Attoma

 

“Snorri, sono io, Yersinia. Sono furiosa e molto preoccupata per ciò che è hai fatto. Per favore, appena senti questo messaggio, richiamami”.

“Sono passate tre ore dall’ultimo messaggio che ti ho lasciato in segreteria, Snorri. Tutto questo è assurdo e non ho proprio idea di cosa ti sia saltato in mente. Siamo tutti davvero in ansia. Non puoi lasciarci così”.

“Snorri, ripenso a ieri e non ci capisco più niente. Abbiamo lavorato sodo alla lectio finale del corso post-laurea. Mesi interi che incrocio i dati di streaming su Netflix con la distribuzione delle spedizioni di Amazon e suddivido tutto per il numero di virgole tra soggetto e predicato negli articoli dei giornali a diffusione gratuita più letti a Jena. La formula l’hai trovata tu. Hai trovato tu anche il titolo della lectio: La memificazione annichilante del nulla reificato nei processi di condivisione peer-to-peer e streaming di fiction e serie tv secondo Heidegger. Lo volevamo genuino e diretto, coinvolgente, un po’ troppo semplificato, forse, ma d’impatto. Snorri, eravamo a metà circa, stavamo arrivando al punto in cui dimostriamo che il codice binario di Whatsapp, disegnato su un maglioncino da un operaio minorenne cinese secondo la notazione di Trendelenburg, compone il ritratto di Margaret Thatcher. E all’improvviso ti sei fermato. Ti sei alzato e hai attraversato tutta la folla e sei uscito. Senza il tuo Burberry’s. Senza un cenno. È stato come se qualcosa si fosse improvvisamente spento in te. Io volevo correrti dietro, ma ho dovuto improvvisare una giustificazione al tuo gesto inconsulto: ho detto che la stessa cosa fece Bertrand Russell durante un incontro con le signore dei Tea Party, che non stavano palesemente capendo nulla del suo discorso, e le corsiste in prima fila sono cadute in crisi. Poi ho terminato la lectio, con una tristezza inenarrabile. È da ieri sera che cerco di rintracciarti. Ti prego, quando senti questo messaggio, dammi tue notizie”.

“Snorri, mi auguro che prima o poi tu accenda il cellulare – sempre che tu l’abbia ancora con te – e ascolti i miei messaggi. Sono disperata e delusa, arrabbiata e confusa. Ti hanno visto percorrere a piedi le strade extraurbane. Ti hanno visto chiedere per il monastero copto più vicino. Cosa ti sta succedendo? Ci siamo sempre trovati bene nel nulla più assoluto. Ci siamo sempre sentiti innocenti. Abbiamo sempre pensato che potessimo forgiare il mondo con le nostre parole, il nostro punto di vista, sempre una spanna sopra tutto il resto. Che potessimo vivere del mito dei Professori che in ogni cosa, dal granello di polvere alla statua di platino, vedono una stretta relazione e sono pronti a insegnare come relazionare l’irrazionale. Mi abbandoni così? Abbandoni me, le nostre idee. Abbandoni te stesso, la tua carriera, l’istituto di alta formazione post-universitaria che abbiamo fondato insieme?”

“Sono qui che lascio l’ennesimo messaggio nella tua segreteria, Snorri. Sono in macchina e tu sei davanti a me, a qualche centinaio di metri. Ti vedo camminare. Stanco, emaciato, quasi ti trascini. Sta tramontando, fa freddo. Qualcuno deve averti dato una coperta con la quale ti avvolgi. Hai mandato via tutti i nostri amici che sono venuti a prestarti soccorso, a riportarti a casa. Dici che stai raggiungendo un monastero dove chiederai di poter prendere i voti. Non ho cuore di venire da te. Non ho coraggio. Mi fai paura. Posso bocciare qualunque giovane neo-platonico al mio corso di Meontologia Oblativa ma non riesco a venire da te e dirti che sì, hai ragione, tutto è nulla, ma possiamo ricominciare daccapo”.

“Uno dei miei ricordi più belli è legato al pomeriggio in cui stavamo lavorando al nostro essay sulla Sesquipedalofobia. Fummo interrotti dall’irruzione del gruppo degli Intersessuali Cetacei Armati, che volevano costringerci a inserire il termine spermaceti in ogni nostra conferenza. Ricordi? I guerriglieri transessuali che si sono fatti rimodellare i genitali perché somiglino il più possibile a quelli delle balene? Per un attimo pensammo che se avessimo avuto la stessa sessualità dei pesci, ci saremmo amati senza difficoltà, senza cerebralismi. Non siamo mai stati tanto vicini come durante quel sequestro. La polizia ci salvò, e non abbiamo più ripreso l’argomento. Ora capisco che avrei dovuto…”

“Snorri, è quasi Natale. Sto per spegnere il cellulare, sono su un aereo per Malmö, da sola. Uno dei membri del CdA di Amazon ha saputo del nostro studio sul loro servizio di spedizione. Mi hanno contattata. Vogliono farmi un colloquio: potrei diventare manager. Chiuderò il nostro istituto e mi trasferirò in Svezia, forse. Mentre facevo le valigie, prima, mi sono guardata allo specchio a lungo, domandandomi se quei capelli ramati, quel naso schiacciato, quella bocca affilata che una volta hai baciato fossero ancora Yersinia; se io fossi ancora io. Lo scorrere impietoso del tempo ha interrotto l’incipiente eisoptrofobia. Qui sull’aereo le luci della pista di decollo sembrano festose. Ti auguro che il tuo catasterismo ti abbia reso felice. Spero di sentirti di nuovo, un giorno”.

gio22

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