Avvento di Racconti – 21 Dicembre – “L’upupa”.

Il racconto di oggi si chiama “L’upupa”. La foto che accompagna questo post è di Arturo Del Muscio (@be_artic) e la grafica è di Pasquale D’Attoma. Buona lettura! Niky

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L’upupa

Niky D’Attoma

 

Dicono che è scappato il quadricorno, l’idra, anche i grifoni si sono dati alla fuga, e l’anfesibena scorazza libera per le vie dello shopping. La chimera, invece, è immediatamente scesa a prendere la metropolitana. Pete, stai fermo. Lì dove sei. Restiamo qui, nel giardino di questo caffè. Devo raccontarti il mio sogno. Vuoi ascoltarmi? C’è una bambina, un leone e un deserto. La bambina e il leone si guardano. La bambina non ha paura. Il leone sta per attaccare. Anche la bambina. Hanno i piedi nella sabbia fino alle caviglie, ma sono leggerissimi quando spiccano un balzo e volano l’uno contro l’altra. Combattono senza risparmiarsi colpi. Questo deserto luminoso, questo cielo così stellato, tanto che si potrebbero tracciare i segni delle costellazioni, sono immagini talmente vivide che a volte dolgono.

Ci siamo conosciuti in libreria. Tu hai comprato “Tutte le poesie” della Szymborska. Tu sei sinceramente interessato alla letteratura, e la libraria ha detto: c’è una poesia della Szymborska per ogni fatto della vita. È stato allora che ho smesso di origliare, Pete, e ti ho guardato apertamente, senza punteggiatura. Probabilmente ignori che la libraria ha una passione folle per i Golden Retriever femmina e per gli ingegneri informatici. Ignoriamo molto delle persone, anche di quelle che frequentiamo, per quanto questo suoni finto e banale. Pete perdonami, parlo usando troppa deissi e paratassi. Non riesco più a scrivere. Il sogno mi perseguita – lo sogno anche più volte a notte – e non riesco mai a trovare le parole per raccontarlo. Forse raccontandolo a te, a uno sconosciuto, potrei? Riuscirei ad arrivare fino in fondo al sogno? E così liberarmi?

Ero in libreria per comprare l’autobiografia apocrifa di Henri Julien Félix Rousseau, detto Le Douanier Rousseau. Mi sono attardata sfogliando un libro di poesie di E. E. Cummings. È stato in quel momento che sei entrato. Mi sono subito chiesta: mi ascolterà? Mi guarderà, mi vorrà? Mi inviterà a prendere un tè? Ho pensato ai miei capelli neri, al rossetto rosso, al vestito a fiori con tinte azzurre e beige che contrasta il trucco pesante. Ti piaccio, Pete? Oh, non dirmi che non sai nemmeno come mi chiamo. Alice. Pronuncialo con me, Alice, all’Inglese, ma con una punta di Tedesco. Come se venissi da lontano. Io vengo da lontano. Sono la figlia del capitano di una baleniera che ha fatto naufragio. Mia madre e la balena hanno fatto l’amore e dopo 9 mesi sono nata io. Sono figlia di un tumulto: mia madre stava partecipando a un corteo femminista quando le si ruppero le acque. Il parto disperse le manifestanti, arrivò un’ambulanza. I poliziotti si commossero e la rivoluzione studentesca finì per sempre. Sì, l’ho terminata io. Dov’ero arrivata?

La pelle diafana della bambina, il suo incarnato di porcellana, i capelli ricci come di una Shirley Temple incorporea – questa immagine contrasta così rudemente con la furia del violento corpo a corpo ingaggiato con l’enorme fiera. Si allontanano, si guatano guardinghi, e poi riprendono a lottare. La loro forza è pari, la violenza è senza confini. Abbracciati nella colluttazione, si rotolano nella sabbia, duna dopo duna…

Pete, cos’è questo casino? Sembra una sirena da coprifuoco. Com’è Belle Epoque! Le bestie sono scappate dallo zoo, sì, lo so. Ne parlava il boy, quando ci siamo seduti qui nel giardino del caffè. Ci invitano ad allontanarci, a rintanarci in un posto sicuro. Io voglio finire di  raccontarti il mio sogno. Non voglio tane, non sono un roditore preistorico. Mi ascolterai anche se saremo in pericolo?

Va bene, come vuoi. Alziamoci. È vero, possiamo parlarne anche mentre camminiamo. Peccato, non avevo finito il mio tè nero e non avevo fumato il mio toscano. Pete, non sei coraggioso, non credo che faremo l’amore. Senti? Sono i versi degli uccelli rari, i barriti degli elefanti, i grugniti degli animali che si muovono liberamente in una città deserta. Il vento profuma di menta, agita i mandorli, i ciliegi. Sakura, antica poesiola giapponese, chissà se la conosci… Pete, perché non possiamo sognare ancora?

Adoro i muri di calce bianca. È mezzogiorno ed è così strano vedere questa strada completamente vuota. I lamenti delle faine, delle iene. Gli strani richiami dei condor. Guarda, un pappagallo gigante vola sulle nostre teste! Pete, perché ti fermi? Non aver paura. Non stringermi il polso. Lo vedo, è proprio un leone, di fronte a noi. Come luccica la sua criniera. Come brillano gli occhi. Ci sono riflessi arcobaleno nella sua bocca, tra i denti bianchissimi e la saliva. Non aver paura: il sogno mi tormenta da mesi e so che se te lo racconterò tutto, fino alla fine, sarò libera.

Pete, è vero: il leone sembra affamato, e so che forse, da qualche parte nel tuo libro, probabilmente la Szymborska ha dedicato una poesia al tema “salvarsi dal leone scappato dallo zoo cittadino”, non lo so, non leggo poesia. Guardo il tuo viso affilato, gli occhiali tondi, la barbetta fine, somigli a Fernando Pessoa (ortonimo, credo), mi verrebbe voglia di baciarti se avessi di nuovo 16 anni e il complesso di Elettra, tu ti volti: un’upupa si è appollaiata sulla ringhiera di una balaustra ed emette il suo verso, il richiamo acuto, passionale, profondo, riverberante, fucsia. La ascolti dimenticando me, il leone, i nostri libri, la tua mano sul mio braccio che non stringi più. Il rumore di qualcosa di improvviso ti riporta verso di me. Quando ti sei voltato, però, io e il leone non ci siamo più.

La bambina e il leone rotolano nella sabbia verso il paese, il leone si perde nella sabbia. Questo paese è fatto di set scenografici: alle case mancano alcune pareti perché si veda all’interno, proprio come un film. La bambina urta contro la parete di legno che delimita la casa dei suoi genitori, il cui lato visibile mostra la camera da letto. Si svegliano, la chiamano per nome. Sono giovani, affettuosi, i volti indistinti. La bambina è sola, entra nella camera da letto dei genitori. Non ha bisogno di usare la porta, entra attraverso la parete mancante, perché ogni finzione è inutile. Loro la guardano e la madre le dice che la porterà a fare compere, perché ha bisogno di vestiti nuovi.

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