Avvento di Racconti – 20 Dicembre – “Camera” (II).

Seconda e ultima parte del mio racconto “Camera” (la prima parte si trova qui: https://onlythebees.wordpress.com/2016/12/19/avvento-di-racconti-19-dicembre-camera-i/ ). La fotografia che accompagna questo post è di Arturo Del Muscio ( @be_artic su Instagram) e la grafica è di Pasquale D’Attoma. Buona lettura!

calendario-avvento-racconti-20

Camera (seconda parte)

Niky D’Attoma

Adesso si sono guardati. A lungo, come non avevano mai fatto prima.

«Sono viva solo qui»

«Altrove?»

«Non lo so. Non mi riguarda»

Non ne è sorpreso, anzi, ne è consapevole. Lo ricorda quando in giorni anonimi la vede camminare verso nessuno, e il bianco e il nero della pelle dei vestiti risucchiano la prospettiva delle strade, gli occhi verdi che tirano come reti energie contrastanti, la distorsione, l’accecamento. La toccherà.

La preme a sé, per leggere fino in fondo. Dopo la paura che trattiene i sensi arriva la connessione.

Lui è in silenzio. Lei aspetta che parli. Che lui sappia ciò che lei ignora. Che si sappia per un istante, e che l’istante passi. I grandi occhi chiari, aspettando che un momento passi.

Poi lui parla. «È terribile. I miei occhi sono terribili. Sono freddo. Non partecipo con nessuna emozione. Potrei chinarmi, stringere la mano degli annegati, e questo non potrebbe commuovermi in alcun modo. Non riconosco il loro viso. Cerco in me lo sconvolgimento, l’orrore che dovrei provare, ma è chiuso dietro una porta. Sento la sagoma della paura e della disperazione che proverei, ma sono forme vuote, assenze. Non sento niente, fuorché una lieve ansia che mi riporta al battito del cuore, lontano, attutito. Sono una camera che riprende il declivio dell’acciottolato vicino agli scogli, il mare e i corpi silenziosi – quasi che potessero essere consci della misura terribile in cui la dignità li ha abbandonati. Perché io sono qui, e non in qualche altro tuo ricordo o pensiero? Il suono e la chiarezza sono ossessionanti. La percezione distinta di ogni dettaglio. Adesso ho paura. Non della notte o dell’annegamento, non so di cosa. Vorrei scappare, vorrei non si fermasse nella memoria qualcosa che tu stessa hai dimenticato. I capelli, i denti degli annegati, la bocca che un’onda apre, un’eco, la finzione di un respiro. So che se continueremo a toccarci sentirò il vento e l’acqua invadermi. E anche tu. Potremmo percepire la putrefazione, la pelle gonfiata, rugosa, e sotto i morsi dell’acqua nella carne… Fa’ che questo cessi… te ne prego… Perché comincio a non sentire più la mia voce, il mio stesso esserci…»

La voce ha rallentato, parlandole, fino a perdere la sua qualità umana. Lentamente, per non sconvolgerlo, lei gli si allontana. Lui non ha più freddo, anzi adesso percepisce il calore dell’aver abbracciato per tutto questo tempo il corpo caldo di lei. Ora lei è in piedi, nella penombra, chiede se può accendere la luce, lui è in un bagno di sudore e non riesce a pensare ad altro.

Si alza. È indolenzito, si rende conto d’aver fame. Usciranno per mangiare. La fragranza della sera in cui perdersi.

Lui va in bagno, per sciacquarsi il viso. Non s’è ancora guardato allo specchio, ha paura di trovare i segni di ciò che ha visto. Sa che dovrà, quindi perché aspettare? Affronta il suo sguardo. È lui. E adesso respira davvero. Ha quasi paura di toccare gli oggetti, di leggere memorie nascoste in tutto ciò che lo circonda. Sa che non può succedergli tanto spesso. E adesso è tutto a posto.

Lei gli arriva accanto. Un sorriso. Un amore profondo, incomunicabile e intenso. Entrambi in attesa, si guardano. La mano di lui è ferma a mezz’aria, perché vorrebbe accarezzarla, ma cosa comporterebbe ancora?

Niente. Non legge più niente sulla pelle. Lui adesso sa, ed è adesso che lei parla.

«Non era un suicidio»

«No… Non lo era, è vero»

«Era il miraggio di diventare pesci. Un tentativo di abisso. Gli annegati provenivano dalla profondità oceanica dove erano stati espulsi dal ventre di una grande buia madre, per crescere in acque più superficiali. Forse una corrente li aveva portati verso l’alto. Esposti all’inclemenza dell’ossigeno, trasformati in spoglie mortali. Senza memoria. Senza un ricordo, nemmeno quello del proprio DNA. Nulla da trasferire ai propri simili, nessun simile. Della materia del sogno. Fatti per essere dimenticati. Non da me»

«Ti vedo come su una superficie riflettente, non posso cogliere che il tuo riflesso. Eppure ti porto con me, fuori da questa camera. Per le strade, le città, ricordandoti, tenace. Con l’illusione di poterti fermare, di poterti definire»

«Al mondo non vi è conferma per nessuna cosa»

Escono. La casa rimane vuota, la camera vuota. Là dove lui ha guardato, sospettando che in lei non ci potesse essere un fondale, ma solo scivolamento.

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