Avvento di Racconti – 19 Dicembre – “Camera” (I).

Il racconto di oggi, “Camera”, viene dalla mia prima raccolta di racconti, intitolata Stelo di sangue ed edita da Universitalia (Roma, 2011). La foto che accompagna il racconto è di Arturo Del Muscio (seguitelo su Instagram: @be_artic ) e la grafica è di Pasquale D’Attoma. Quella che state per leggere è la prima parte del racconto. Domani ci sarà la conclusione. Non dimenticate di passare da Facebook e darmi un like!

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Camera (prima parte)

Niky D’Attoma 

 

«Vedo i due corpi. Come fossero inquadrati da una camera. Sul nero del mare, infranto dalle luci della costa, spicca il bianco latteo della pelle. Non sono del tutto svestiti, la sabbia, le alghe tra le dita aperte, separate, incapaci»

«Gli annegati»

«Sì. Il ritrovamento. Il silenzio. Probabilmente in città le luci dei semafori lampeggiano proiettando il riflesso arancio sull’asfalto nero. Strade abitate da respiri. Strade vuote che si perdono fino al porto. Le luci sulla schiuma bianca del mare. L’acqua salata non causa quell’agitazione sfibrante che distrugge il cuore di chi preferisce un lago per porre fine alla propria esistenza. Chi si getta in mare si abbandona a una lenta diminuzione dell’attività cardiaca mentre l’acqua acceca i piccoli corridoi dei polmoni. Una volta che l’angoscia, nell’apnea, si spegne assieme alla consapevolezza e all’attività  cerebrale, la morte arriva quasi con una certa indolenza»

«Non è questo»

«Non è un suicidio?»

Lei tace. Lui anche, distacca la mano dalla sua pelle. Poi la tocca ancora. Non può trattenersi dall’indagine.

E ancora chiede: «Erano amanti? Si conoscevano? È stato un incidente o una lucida volontà? O la follia della mancanza d’amore? »

«La privazione.»

«Erano arrivati insieme, o li ha uniti uno sguardo prima di abbandonarsi?»

«La caduta»

«O è stata la corrente a unirli quando già non respiravano più?»

«Non lo so.»

« Voglio… Vorrei sapere se è un sogno o la verità. Se l’hai sognato o l’hai visto sul serio»

«Sono io»

«L’annegata?»

«Sì»

«No. Tu sei viva. Io ti sento»

Lei sorride.

Il sorriso si cancella. I capelli le ricadono sulla fronte, ha gli occhi chiari, distanti. Fragili. Poi serrati. Abbassa il capo sul petto di lui, vi nasconde il viso profondamente come in una palude. Le viene da piangere. Striscia verso il basso, sistemandosi, lui avverte la pesantezza del seno, quella del corpo. Nega che stia piangendo, ma lui sa. Sa senza chiedere. Le importa solo che non venga vista. La camera è immersa in una cieca penombra. Entrambi sono sdraiati su un divano, comodo, vecchio. Non sono affamati né realmente assonnati, la luce è sottile.

Lui le carezza i capelli. Le immagini arrivano come piccoli flash. Lui le tocca la fronte. Le immagini tuonano sotto le palpebre. Lui le bacia la fronte, le guance. E la visione di lei si trasferisce ai sensi di lui.

Prima è solo osservare. Poi il rumore, lo sciabordio bruciante delle onde, l’impietosa nudità degli scogli. Il tanfo del porto. Quello della morte. L’odore delle siepi vicine, dei fiori. Il vento sulla faccia, il freddo.

Ha un brivido, e il riflesso allontana la sua bocca dalla guancia della ragazza. La disconnessione dell’immagine. Lui chiude  gli occhi. Quando li riapre, è lei a fissarlo.

Lui ha freddo, nonostante il maglione, nonostante il corpo di lei gli stia abbracciato. Quel corpo fermo, privo di voluttà. Il contatto con l’allucinazione nella mente di lei gli ha gettato un seme dentro, un piccolo grano di ghiaccio. Lei chiede:

«Tutto bene?»

«Sì. Credo di sì»

Fuori il cielo si avvia a un lento tramonto. Sono abbracciati senza toccarsi. Il tramonto ha il tono freddo e dissanguato di una stagione immatura.

Lei non sa se lui continuerà a leggerla con la pressione della pelle e della bocca. Lo vuole, lo teme.

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