Avvento di Racconti – 18 Dicembre – “Cuore-civetta”.

Il racconto di oggi è dedicato ad Alessandra Gaeta, danzautrice – come lei stessa si definisce – che proprio questa sera porta in scena la sua performance Dita di miele, ispirata anche a un mio racconto. Ne sono molto orgoglioso, e dispiaciuto di non poter essere presente causa la terribile influenza di quest’anno. Ho dunque scritto questo racconto per lei! Spero possa leggerlo prima di andare in scena.

La fotografia è di Saverio Corriero, e ritrae Alessandra durante Dita di miele.

Buona lettura! Niky

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Cuore-civetta

Niky D’Attoma

Ad Alessandra

Per molto tempo ho considerato la danza come qualcosa di metafisico e simbolico, una forma di arte che avesse bisogno di una sorta di “magia” per accadere compiutamente: corpi che si sollevano in volo, vuoti, che raccontano il meno possibile di se stessi. Il corpo della ballerina, senza storia, deve annullarsi in una sorta di eclisse per rappresentare quanto di più effimero e malinconico esista; quando mi è capitato di assistere a spettacoli di danza, i danzatori mi sono sembrati quasi infastiditi dagli occhi del pubblico, come se gli osservatori, con il solo fatto di essere lì, disturbassero quella “magia” e non le permettessero di manifestarsi. Tutto questo è cambiato la vigilia di Natale di due anni fa. Era un giorno molto felice: traboccavo di amore e avevo la sensazione che questo sentimento si comunicasse al mondo intorno a me. Avevo accanto alcune tra le persone che amo di più, ci muovevamo in una città che festeggiava l’arrivo del Natale; lo ricordo come una fiaba. Quel giorno mi ritrovai ad assistere a una performance di danza. Ero curioso: ciò che avrei visto avrebbe confermato le mie antiche idee o le avrebbe, invece, infrante? Ebbene, ciò che vidi mi portò letteralmente al di là di tutto ciò che della danza avevo sempre pensato. Di fronte a me non c’era un’eterea silfide pronta a disciogliersi nell’acqua con un raggio di luce; non era una creatura strana, uno strambo fascio di muscoli e nervi che a malapena aveva la forma di un essere umano. Niente di tutto questo. Lei era lì. Guardava il pubblico. Ci guardava, uno alla volta, ci rendeva partecipi di qualcosa che non conoscevamo, ci teneva tra i suoi occhi. Nessun incantesimo. Era la sua presenza. Si muoveva nello spazio, aveva con lo spazio un dialogo, lo stesso che aveva con l’altro danzatore. Interagiva con ogni cosa: con il brusio appena udibile, con la musica, con la materia – quando sporcava il suo corpo di calce, lo faceva come scrivendo su di sé. Ero rapito. Mi immersi nella contemplazione, fu come assistere a un dialogo in un’altra lingua, e tuttavia comprenderne il senso, anche se non si sono comprese tutte le parole. L’energia presente dei suoi occhi, così come delle sue mani, delle sue gambe, il colore cangiante

Quando la performance finì, mi sembrò così strano aver frainteso la danza fino a quel momento. Andai a complimentarmi con lei, e fu così che potei conoscere Alessandra. E Alessandra nella vita è così come l’ho vista nella danza. Presente. Coinvolgente. Occhi brillanti che sanno vedere nel buio. Forza fluviale, elegante. Bellezza che gioca con se stessa e con gli altri; come una bambina nel Paese delle Meraviglie, lei danza perché le Meraviglie possano esistere e ruotare in una galassia fatta di musica e di pulsazioni intorno al suo cuore notturno.

Quando, nel novembre 2015, abbiamo lavorato insieme al progetto della “Cena dei Morti” e l’ho vista di nuovo danzare, trasformarsi ancora una volta davanti ai miei occhi, sono stato così felice. Ma quell’esperienza non si esaurì; non è finita. Il racconto che le avevo chiesto di inscenare ha continuato a lavorare in lei, e lei a lavorare sulle mie parole come la partitura di una musica che aveva bisogno del suo corpo per accadere.

Ed ecco che il miracolo si ripete: le mie parole sono state la tana in cui Alessandra, come Alice, si è tuffata per scoprire la Meraviglia di cui è capace. Con le dita sporche di miele lei ti prende la mano e ti porta con sé, nello spazio tra i suoi occhi. Due soli, due lune, due lagune: annega due volte, rinasce due volte, sospesa tra crepuscolo e alba. Ripete il giro e ritorna; si è già trasformata, spirito, fantasma, ricordo, gioco, mausoleo e culla, fiore e vespa. Spiega le ali con il suo cuore-civetta e attraversa la notte: è lì che ritrova le mie parole rampicanti, scritte per lei.

gaeta2

 

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