Avvento di Racconti – 16 Dicembre – “Viaggio di ritorno”.

Il racconto di oggi si chiama Viaggio di ritorno, è accompagnato da una foto che ho scattato qualche mese fa, e la grafica è di Pasquale D’Attoma.

Seguitemi su Instagram: @onlythebees

Buona lettura! Niky

15608680_10206150311436074_1970946000_o

Viaggio di ritorno

Niky D’Attoma

 

Mi sarei buttato di sotto. L’avrei fatto, probabilmente avrei cercato di volare via come Peter Pan. Ma non mi ha mai convinto la storia di Peter Pan. Non sono mai stato in una “ciurma”, non ho mai provato a volare. Quella notte però stava succedendo qualcosa che era al di fuori del mio controllo. Stavo piangendo. E la particolarità? Ero a duemila chilometri da casa. In un albergo a Londra. Nella tromba delle scale, seduto su una sordida moquette verde fiocamente illuminata da un paio di neon. La finestra dava sulla strada, le luci dell’enorme città brillavano, pulsavano come cuori spettrali, e il buio, soprattutto, era talmente vivo che mi chiamava. Che ci faceva un adolescente a Londra? Non ero da solo. Sarebbe stato sicuramente meglio. Si trattava di un viaggio di studio, di una gita, chiamatela come vi pare, con la classe. L’ultimo anno del liceo. C’era un party a base di sudore, sfregamento e canne, al quale io non ero invitato – che si stava svolgendo nella camera in cui anch’io dormivo, con gli altri ragazzi della classe. Le ragazze andavano a curiosare. Succedevano le solite cose che accadono in quei frangenti. Io non ero invitato, non ero voluto. C’era un ordine restrittivo nei miei confronti. Tanto peggio, quello che si vendeva, in questi convivi, io non l’avrei comprato. Ma era la prima volta che ero così lontano da casa, era la prima volta che prendevo l’aereo, e per la prima volta provavo una solitudine che non riuscivo a curare.

E finì così. Quella notte. Non ci fu nessuna apparizione: un me del futuro, un me dal passato, un fantasma, un personaggio delle favole, niente. Nonostante il buio che chiamava – metaforico eufemismo per parlare di morte – me ne restai fermo, indifferente ai demoni, e lasciai che finisse. La notte finì e il giorno successivo arrivò, finalmente. Avremmo visitato un altro museo, la National Gallery o la Tate Modern, e io nei musei stavo bene, me ne andavo sempre per i cazzi miei, lasciando puntualmente la classe a seguire gli itinerari prefissati. E non rispettavo mai l’orario d’uscita, li facevo aspettare anche mezz’ora, e tutti continuavano a odiarmi. Me ne importava sempre meno. Gli altri cominciavano a fare parte dello sfondo, il dolore cominciava a far parte del gioco. Il dolore poteva essere raccolto e messo in un contenitore di vetro, riscaldato a fiamma viva, e una volta distillato diventava qualcos’altro. Avevo un romanzo da finire e la mia vita da cominciare. La scuola era una perdita di tempo.

Una ragazza apre la finestra della sua camera d’albergo a Londra. È in piedi sul cornicione. La sua veste da camera bianca riflette l’illuminazione stradale. Apre le braccia. Sta per farlo, sta per buttarsi di sotto. Perché lo sta facendo? Ripensa a tutto quello che l’ha portata qui. E poi non pensa a niente, c’è il vuoto nella sua mente e la sensazione è piacevole. Così tanto che non si rende conto del freddo, e del fatto che i suoi piedi nudi sono talmente saldi che niente potrebbe convincerla a farlo davvero. Fare la cosa per cui è venuta fin qui. Con tutte le sue forze mantiene il vuoto mentale. Non le sembra nemmeno di tornare in camera, di chiudere le imposte, di vestirsi, indossare un vestito da sera, calze nere, scarpe col tacco, e poi scendere di sotto, salutare il ragazzo alla reception e uscire a cercare un pub in cui prendere la più colossale sbronza della sua vita. Nella sua testa è rimasta lì, sul cornicione, in procinto di buttarsi, con uno strano desiderio di morte che invece era un desiderio di vita, di libertà, il desiderio fortissimo di dare una sferzata improvvisa alla sua vita, e sentirla sua, sua e di nessun altro. Le sembra di fluttuare, di volare verso il basso come una foglia che si stacca dall’albero o cazzate poetiche di questo tipo, mentre l’unica cosa che scende è la vodka, o la tequila, o il whisky. Qualcosa del genere. Non si ucciderà. Ritornerà a casa serbando il ricordo di un volo che non ha saputo o voluto fare. E dirà: Si chiama “portanza” quella forza esercitata verso l’alto, sulle ali di un aeromobile in moto, dall’aria che le circonda.

So bene come si chiamava quella ragazza. L’ho creata io, l’ha creata la mia immaginazione, era un personaggio. Il personaggio di una storia che poi è diventata un monologo in uno spettacolo. Ho compreso soltanto pochi minuti fa che mentre (era l’inverno 2013-2014) costruivo la storia della ragazza che scappa a Londra, stavo parlando di me, di quella sera, della mia adolescenza. Quel richiamo al volo che lei subisce – nel  tentativo di sottrarsi a una vita cui non sente di appartenere – fu lo stesso di quella mia notte solitaria a Londra. L’ho compreso proprio adesso, mentre riordinavo i miei appunti, cercando una storia da raccontare. È sempre la mia storia quella contro la quale mi batterò, per distillare qualcosa di buono? Qualcosa che valga la pena leggere? Avevo nemmeno vent’anni e correvo via dalla mia storia. I miei personaggi erano tutti fuggitivi, scappavano dall’amore, dalla famiglia, dalle regole, da se stessi. Crescere è un lungo viaggio di ritorno, ha detto una persona, e penso sia vero. Comincio a ritornare, e a fare pace con i miei sogni, le mie paure, le mancanze, le assenze. Con il buio. È sempre la mia storia quella che racconto,  è sempre la vostra storia quella di cui scrivete o che leggete, e adesso, che mi sento finalmente riconciliato con quel ragazzo solitario e complicato, mi è chiaro che un racconto – anche questo, se volete – è un biglietto per un viaggio di ritorno a casa. Comincio a ritornare, ho appena cominciato, perdonatemi se la parte più importante di questa storia è quella scritta più velocemente, ma ho fretta di stare bene, ho fretta di sorridere forte, ho fretta di scrivere ancora, di scoprire nuove storie, intrecciate alla mia. Rallento solo per il fiatone. Era notte quando questa corsa è cominciata. Ho insistito, un passo dopo l’altro. Che il percorso sia lungo e pieno di deviazioni conta poco. Il giorno è arrivato. Ed è bellissimo.

6tag_010416-132608

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...