Avvento di Racconti – 2 Dicembre – “Morna”.

“Avvento di Racconti” continua.  Il racconto si chiama Morna, è stato originariamente scritto nel 2005. Ho scattato la foto di copertina nell’inverno 2015. Seguitemi su Instagram: @onlythebees

La grafica è di Pasquale D’Attoma. Buona lettura!

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Morna

Niky D’Attoma

 

“Vuoi davvero sapere di me, della tempesta?”, disse in un sussurro. E dietro di lei, lui vide l’isola da cui proveniva, la sua età; guardò l’oceano con i suoi occhi scuri, e i muri, il pavimento, le porte semiaperte della locanda in cui avevano bevuto assieme tutta la notte – perfino il tavolo e le sedie – divennero palpitanti e caldi, d’un calore pungente che non riscaldava né dava pace.

“Ero giovane. Ero una cometa nascosta ai telescopi, una luce inversa. Sull’isola dove sono nata il sole circondava il mio cuore in fiamme. C’era la sabbia. L’odore del mare e il cerchio della luna. C’era mio padre, il barbiere. Ha tagliato i capelli a tutti, sull’isola. A mia madre, prima di me, ai miei fratelli, e poi a me. Diventavo una donna. Lentamente. C’era la musica, le navi di tanto in tanto, e le partenze. Ma quando veniva il silenzio, sapevo che la tempesta stava arrivando. Bastava un cambiamento impercettibile nell’aria. Non importa cosa stessi facendo, correvo fuori di casa. Verso l’oceano. Verso la tempesta. Le mie impronte cancellate dal vento, l’orizzonte si scuriva, le nuvole si addensavano, minacciose, i miei occhi persi in quella promessa di distruzione. Tuonava, mi tuonava sulla pelle. Soffiava il vento, mi mancava il fiato. I piedi piantati nella sabbia, la sabbia brulicava di piccoli esseri che cercavano riparo. Io no. Dritta contro il vento, aspettavo la tempesta”.

Aspettava che il viso del disastro si rivelasse, completamente, che la guardasse – occhi negli occhi – e la giudicasse, invariabilmente colpevole. Di cosa? Per cosa? Voleva che la tragedia si abbattesse su di lei, senza pietà: nessuna pietà per i suoi errori, per gli amori lasciati a metà, i tradimenti, i sogni interrotti, le menzogne profferite a voce bassa. Tutti i suoi errori si addensavano nel cielo, tenuti insieme dall’inconfessato desiderio di essere finalmente libera: di vivere ogni vita che desiderasse, di morire e rinascere continuamente, senza vincoli, senza legami che la spingessero all’errore. Lui scrutava silenziosamente nelle parole, nella voce di lei una strana paura di amare, di amare e restare. Per questo, come un’esule, viaggiava continuamente. Ma, sempre, lei aveva la sensazione che i piedi fossero nudi – e non inguantati in preziose scarpe, come adesso – e che l’oceano li lambisse, per trarla a sé, e farla annegare.

“La tempesta riusciva solo a sfiorarmi. Man mano che si gonfiava, che il turbine ingoiava l’acqua per restituirla nero e s’ingrandiva, la tempesta deviava il suo cammino. La distruzione non mi toccava. Scivolava sull’orizzonte, come lacrime di rabbia sul mio viso. La mia isola era risparmiata. Io ero stata risparmiata. E il mio cuore ancora in fiamme”.

Lui le prese le mani, con tenerezza. Voleva consolarla? E per cosa, per essere sopravvissuta? Tra di loro, sul tavolo, il libro di poesie che lei aveva presentato quella sera in città – con il suo nome, in copertina, e il titolo Cuore in fiamme – sembrò brillare come la luce del sole sulla schiuma di un’onda.

“Forse sono io che porto distruzione ovunque vada… Tu non conosci le tempeste dell’oceano. Cosa comporta perdere l’equilibrio, lo sai?”.

Lui pensò che forse aveva ragione; anche lui aveva avuto, spesso, l’identica sensazione che le tempeste restassero giù, nel profondo, e non venissero mai alla luce. Ma allo stesso tempo cominciò a dubitare che fosse soltanto un caso: e se fosse tutta una questione di scelte? La scelta d’essere porto, spiaggia o tempesta.

Lei – i bicchieri sul tavolo ormai vuoti, il vino, la tequila – parlava sconnessamente di morte e liberazione, come se non fosse mai riuscita a evadere dalla sua isola; aveva bisogno che lui l’ascoltasse, senza parlare. E lui ascoltava: i suoi conflitti interiori affioravano come sotto l’azione di spinte telluriche, scogliere, coralli, reti, relitti, ricordi. Nell’emersione, una coscienza più profonda (simile a un vulcano sottomarino, in un’improvvisa abreazione di gas subacquei) sussurrò che invece esisteva un legame tra distruzione e rinascita, che il legame poteva essere rotto, e l’equilibrio spostato a favore della rinascita, del puro desiderio sensuale di vivere, e che l’appagamento, la felicità, era invece possibile.

“Il tuo viso”, gli disse, infine, “è diventato indecifrabile. Non dirmi cosa pensi. Anche tu vuoi condannarmi?”

Lei ritrasse le mani, stranamente infreddolite. Lui, spinto dall’ebbrezza, non poté che dirle: “Sei in prigione, Areia. Ma la porta è aperta”.

Lei lo fissò – era la prima volta che lui la chiamava per nome – e si alzò, si avvolse nel suo mantello e si avviò verso la porta. Il vento freddo della notte densa aspettava di accoglierla, inghiottirla come quel mare in tempesta che la ossessionava; lui la guardava. Lei, la mano poggiata sulla maniglia, esitava.

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