Uno scrittore in viaggio a Bergamo – 2 – “Ci rivedremo in un De Chirico”.

Il mio anziano padre è un bambino che resta in punizione, quando lo lasciamo in attesa dell’operazione nella sua camera, in clinica; la mia anziana madre è una bambina spaurita da tenere per mano mentre camminiamo. Bisogna guidarli entrambi, passo dopo passo, e mi domando: quando sono diventato più adulto di loro, più grande di loro che erano i grandi quando io ero piccolo? Quando sono invecchiati, mentre io sono diventato, adesso, adulto? Quando è avvenuto questo passaggio che non riesco a capire, a spiegare?

Se con una mano cerco di dare una direzione ai passi stretti e stanchi di mia madre, con l’altra provo a tenere la mia età che mi colora il palmo come un pastello a cera.

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Le ore d’attesa sono inutili e pesanti. Sono in contatto costante con mio fratello e, perché il tempo passi più in fretta, trovo improvvisamente interessante la possibilità di modificare il mio piano tariffario presso l’operatore di telefonia mobile del quale sono cliente: anche solo scriverlo annoia. La noia, certo. E poi la tensione, e ancora la noia. Finalmente riportano mio padre in camera, sveglio, sorridente, e mia madre respira.

Tutto è andato per il meglio. Allora ho bisogno di camminare.

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Ho bisogno di festeggiare (torno a Porta Nuova, cui mi sono già affezionato in questi primi giorni, mi concedo una pausa, un piccolo panino, uno dei 100 montaditos preparati all’omonima tavola calda, e un bicchiere di birra), sentire vicine le persone che amo, pensare a cosa preparare per cena. Fare la spesa. Respirare.

*

Presto è diventato casa il piccolo appartamento che abbiamo affittato, in una cittadina a qualche chilometro dal centro di Bergamo, Alzano Lombardo.

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Mi sono appena state consegnate le chiavi e la prima cosa che faccio è avventurarmi nel paese alla ricerca di un caffè. Lo trovo, eccolo: un’insegna bianca, entro. Il ragazzo di origine asiatica ha piercing sul viso – bocca, sopracciglio, orecchie – e anelli alle dita, i capelli nerissimi e ordinatissimi, c’è un’enorme lavagna piena di scritte e disegni di mani diverse, e piccole lavagnette sulle quali sono scritti aforismi sul passato e sui ricordi; una musica orientale si diffonde dalle casse del computer e mi sembra di essere entrato in una scena di un film di Wong Kar-Wai; la mia voce chiede un cappuccio e un croissant al cioccolato: improvviso e necessario il sapore del caffè e il calore del latte, e la giornata assume finalmente una forma… Fuori, Alzano Lombardo ha il suo ritmo, il suo traffico, i passi dei suoi abitanti: l’ospedale, la chiesa, le botteghe e i negozi, i bar, la birreria artigianale, le strade in salita, il centro commerciale di fronte alle piscine – ogni cosa è educatamente al suo posto.

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Impazzirei se vivessi qui? Se questa fosse per davvero la mia casa e non un rifugio interinale in cui cerco, trovandola, pace? Pace è ciò che voglio dopo una giornata passata per metà accanto a mio padre, per cercare di capire e di soddisfare i loro bisogni, per fargli compagnia, soprattutto per spronarlo e motivarlo ad affrontare il periodo post-operazione con uno spirito e un’energia che possa, ben prima delle ossa, rimetterlo in piedi – e per metà cercando di esplorare Bergamo; pace è ciò che sento quando assieme a mia madre si torna a casa ad Alzano, e la passeggiata dalla stazione del tram a casa mi ripulisce di tutto lo stress della giornata. Il monte dice: hai fatto tutto ciò che dovevi fare, il parco dice: hai fatto tutto ciò che dovevi fare; le case dicono: tra poco mangerai, tra poco dormirai. Il cielo dice: sii felice. O sono io che comincio a credere, di nuovo, in me.

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La voce elettronica del tram scandisce la corsa verso la città al mattino, o la sera verso casa: Borgo Palazzo, San Fermo, Bianzana, Negrisoli (e ogni volta, spio spudoratamente i visi dei viaggiatori di origine africana, alla ricerca di una qualsiasi manifestazione di scorno o sarcasmo; solo una volta, una giovanissima Naomi Campbell commenta con un’amica: ma perché l’han chiamata così?) Martinella, Ranica, Torre Boldone, Redona, Alzano Centro. Le porte del tram si aprono velocemente, i passeggeri salgono e scendono anonimi, rapidi. Qualche timido buongiorno, qualche sguardo curioso. Ho la sensazione di aver scritta la mia provenienza sulla fronte, e che i pensieri vi appaiano come proiettati su un monitor.

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È dunque diventato “casa” questo piccolo appartamento, comodo e luminoso, le imposte, la veranda, il paesaggio riempie la vista quando lo si guarda, con la sua tranquillità apparentemente immutabile: una chiesa e un campanile, un monte, il parco di Montecchio proprio accanto al percorso pedonale che taglia in due il paese e costeggia un canale idrico artificiale, abitato da una famigliola di anatre – questo percorso pedonale che di sera sembra galleggiare nel nulla, sospeso tra le luci delle case … Leggo nei visi delle persone che incontro un’assenza di tensioni, di pretese: la signora della panetteria, una specie di bionda e attempata Heidi, il tabaccaio. Nessun mutamento potrebbe sconvolgere il loro modo di guardare, di parlare, di osservarti, farti sentire contemporaneamente scomodo e benvenuto, parlarti con educazione e rispetto, e tuttavia con una insopprimibile ironia, più evidente in provincia che in città. Presto imparo a riconoscerla come un carattere tutto peculiare, e mi piace ascoltare queste voci quando cammino, imparare la cadenza bergamasca, la sua musicalità intrinseca che è stranamente ma tenacemente imparentata con quell’umorismo che sa oscillare tra sarcasmo e complicità, e che, poi, si trasforma in niente e svanisce.

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Sei a casa nelle voci degli altri? Sei a casa a Bergamo centro, sei a casa ad Alzano? Ti senti a casa tra i visi spigolosi, le parole appuntite, gli sguardi imploranti di chi chiede soldi agli angoli delle strade, le porte girevoli, il gran bazar del Carrefour, le vetrine delle pasticcerie? Ti senti a casa con i tuoi genitori vicini e tuo fratello lontano, che è una voce vicina e mi dice: Scrivimi! ma non riesco, non sono ancora penetrato davvero in questa città, e non mi sento accolto: è tutto il pomeriggio che cerco un ufficio postale per un prelievo postepay, chiedo indicazioni, mi perdo, ritrovo la strada, tutto sembra lontano e irraggiungibile e mi tocca camminare, camminare. Palazzi enormi, ricchi, belli, chiusi, e strade larghe dove danza la luce del sole senza che io possa ascoltarne la musica. Era tanto tempo che non passavo tanto tempo solo con me. Con questo groviglio di stati d’animo arrivo a Piazza della Libertà, e mi torna in mente quella frase in una canzone di Sergio Caputo: Ci rivedremo in un De Chirico. Sì, ho bisogno di scrivere; ho bisogno di me. A ben guardare, da Piazza della Libertà si vede la salita della Città Alta, che spezza lo straniamento à la De Chirico e aggiunge una tensione, un desiderio, come se il vento portasse, da lassù fino a dove sono, un sapore o un odore attraverso l’aria. Devo andarci. Devo andarci il prima possibile.

Fotografie e testo di Niky D’Attoma

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