Uno scrittore in viaggio a Bergamo – 1 – In movimento sempre.

Bergamo è il volto di una giovane donna che guarda simultaneamente in due direzioni diverse. Le pupille nere e il lieve cerchio chiaro attorno: iridi chiare, bianco d’occhi, pelle chiara, capelli neri, sfondo in movimento. In movimento sempre.

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Porta Nuova guarda nella mia direzione e non mi vede: i due viali, Gerolamo Tiraboschi e Gabriele Camozzi, i due propilei neoclassici sono i suoi occhi, e la Città Alta che si staglia sullo sfondo è la fronte incoronata di questa città seriosa e altera, che non sa ridere di se stessa: della giostra rossa, per esempio, che si muove senza musica sotto il cielo color carta da zucchero, di fronte all’Uni Credit, sovrastata dalla Torre dei Caduti. Anche se il tardo pomeriggio minaccia pioggia e devo trovare da mangiare per placare la fame, non posso fare a meno di fermarmi a osservarla. Osservare questo suo movimento segreto e silenzioso, costante, diverso dalla corsa che i cittadini e i turisti improvvisano attraversando le strade o muovendosi in fretta sui marciapiedi.

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Le scritte sui muri di Bergamo sono frettolose come appunti presi su fogli di bloc notes, che siano messaggi d’amore o di odio o anarchia o tutto quanto insieme. Con la stessa fretta sembra essere stato scritto il messaggio “Consolare gli afflitti” su una lavagnetta affissa sul muro di Sant’Alessandro in Colonna: con fretta, sì, e come se fosse un ordine, una tra le cose da fare della giornata, una commissione. Mi sento afflitto? Stanco, affaticato? Devo dunque consolarmi in fretta. Ci sono troppe cose da vedere e non ho ancora trovato la chiave magica, la serratura magica, la porta magica per entrare nel cuore di questa città; sono guardingo e insoddisfatto, e tutto mi sembra difficile. Non mi sento accolto, mi sento stanco? Sì. Devo riprendere le fila del racconto, ricominciare dall’inizio.

*

All’arrivo a Bergamo: mio padre, il suo bagaglio, il mio bagaglio, gli auricolari che penzolano dalla felpa come un pendolo duplice. È sera. Il primo dei due autobus ci fa scendere alla fermata di Viale Papa Giovanni XXIII. Di fronte a noi un’acropoli dorata, luccicante nel buio: non so ancora che si tratta di Porta Nuova e della Città Alta sullo sfondo, non ho idea di dove mi trovo e in che direzione si dovrà andare, ma ho già dato indicazioni a una coppia di turiste inglesi, che si erano perse in cerca della Stazione.

Buia e stoica, la Chiesa di Santa Maria Immacolata delle Grazie fa svettare la statua dorata sulla sommità della sua cupola, proprio sull’altro lato del viale rispetto a noi, e stuzzica la mia curiosità. Ma il portale è chiuso e io ho paura che sia tardi.

Il secondo autobus ci porta in via Gavazzeni, al Residence ci aspettano. Cemento, grigiore, luci a neon. Sbrigare funzioni burocratiche cercando, tra una firma e l’altra, con gli occhi un bagno per lavarmi le mani: “Metti una firma qui, attesta che non siete turisti e non dovete pagare l’imposta di soggiorno”. Per un istante guardo negli occhi l’uomo alla reception: tra tre giorni mio padre subirà un’operazione chirurgica importante e io sono qui per accompagnarlo e sostenerlo: dell’imposta di soggiorno m’importa ben poco, può immaginarlo, questo? E potrebbe darmi del lei, anche? – Taccio. Ho bisogno di lavarmi le mani. E di una doccia. Mio padre cena in una grande sala mensa, pane e minestrone. Io no, ho fame ma non ho appetito.

Nella stanza buia al secondo piano in cui siamo, lo schermo del cellulare mi illumina la fronte. Mio padre dorme già. Io decido di fare un giro nel Residence: i corridoi vuoti, le sale vuote. Colori spenti, rosso, marrone, blu, ancora marrone. È difficile immaginare la città al di fuori di questo posto, che è a metà tra una comunità di recupero e un albergo, zeppo di simboli e manifesti di una cristianità molesta e opprimente. Accanto al bar, alle 23 naturalmente chiuso, ci sono un paio di distributori automatici di dolciumi e caffè, e un divanetto. Siedo e fotografo la rampa di scale di fronte a me. Incrocio lo sguardo di qualcuno che passa, domandandosi per un secondo cosa io stia facendo prima di dimenticarmi. Vorrei aver sonno. La notte arriva presto e domani sarà una giornata impegnativa: saremo in clinica.

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Niky D’Attoma

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